17 aprile 2019 – Lorenzo Tugnoli vince il Pulitzer per la Fotografia 2019

“Quando attraverso un confine, quando mi muovo nelle strade di una città sotto assedio, quando visito un campo profughi, quando racconto una storia in territori devastati dalla violenza cerco sempre immagini che riescano a comunicare la tragedia senza fare scandalo. Cerco la poesia, un elemento di mistero, un dettaglio che rimandi ad altro, alla vita prima della guerra”. Parla di rispetto Lorenzo Tugnoli, il fotografo italiano di 39 anni – nato a Lugo, in provincia di Ravenna – che ha vinto il Pulitzer, sezione Feature Photography, per il suo reportage sulla crisi umanitaria in Yemen, pubblicato dal Washington Post.
 Tugnoli, freelance rappresentato dall’agenzia Contrasto, collabora con il giornale del Watergate da quando, dopo gli studi al liceo scientifico e all’università di Bologna, decise di trasferirsi in Afghanistan. Eppure, la notte del Pulitzer è stata la prima volta che ha messo piede in redazione. “Ero ad Amsterdam per il World Press Photo quando la photoeditor mi ha chiamato dicendomi di prendere il primo aereo. Dopo l’annuncio, così come hanno fatto Carlos Lozada e Darrin Bell, premiati nelle sezioni criticism e cartoonist, ho preso la parola di fronte a tutto il giornale, cinquecento persone”.
E cosa ha detto?
“Li ho ringraziati perché il Pulitzer non è un premio al singolo, ma a un team. In questo caso è un riconoscimento a chi crede nel potere delle immagini, a chi investe tempo e risorse nel fotogiornalismo. Sono andato in Yemen per il Washington Post, da freelance non ci sarei mai riuscito”.
 Perché?
“E’ una questione di costi, ma anche di accesso. Con una lettera di ingaggio è più semplice sia ottenere il visto che muoversi all’interno del Paese. Ho fatto due viaggi nel 2018, prima a maggio e poi tra novembre e dicembre. Lavorando insieme a Sudarsan Raghavan, giornalista che ha una grande conoscenza dell’area, e al giornalista yemenita Ali Al Mujahed, ho trascorso nove settimane in quel Paese, spingendomi verso le città e i villaggi del nord con l’obiettivo di mostrare le conseguenze del conflitto su tutto il territorio. Ho ritratto vite rovinate dalla malnutrizione, dall’insicurezza e dall’arruolamento forzato. Mi sono mosso in uno scenario complicato, il conflitto è molto più complesso di una lotta tra la coalizione guidata dai sauditi e gli Houti”.
 La giuria del Pulitzer ha parlato di un fantastico racconto fotografico della tragica carestia nello Yemen, di immagini in cui bellezza e compostezza si intrecciano con la devastazione
“Insieme al photoeditor che ha seguito il progetto, ho cercato di rappresentare la crisi umanitaria con delicatezza, evitando quando possibile immagini troppo forti”.
Cosa intende?
“E’ giusto e necessario raccontare i conflitti, ma tutto dipende da come lo fai. Alla fine, è una questione di gusto”.
 Il suo dove lo ha allenato?
“Ero uno studente di Fisica all’università di Bologna. Non mi sono laureato, ma in quelle aule ho imparato a sistematizzare un pensiero, a rispettare regole e strutture. Poi, nell’anno del G8 di Genova, ho iniziato a fotografare le manifestazioni e i cortei di Bologna. Mi sono appassionato, guardavo e riguardavo le foto dei grandi maestri cercando di capire perché mi piacessero così tanto. Cartier-Bresson, ad esempio. Nella casa della mia famiglia, a Lugo, c’erano diversi suoi libri. Perché ne ero così attratto? Cosa avevano di così speciale?”.
 Che risposta si è dato?
“Credo che una fotografia sia una specie di haiku, un piccolo componimento poetico”.
 Come altro ha allenato il suo sguardo?
“Ho lavorato al fianco di molti fotografi italiani. E poi ho fatto uno stage in America, negli archivi della Magnum. È stato impressionante: potevo vedere, e quindi studiare, le fotografie scattate prima e dopo le immagini che tutti conosciamo. Capire come si era arrivati a quello scatto, il lavoro preparatorio…”.
 Quando ha iniziato a viaggiare?
 “Da subito. Cercavo i contatti e partivo, per vendere i servizi al mio ritorno. Nel 2010 mi sono trasferito a Kabul. Era uno dei periodi più importanti della guerra, tutti i media del mondo la coprivano. Ho pensato che fosse un buon posto per imparare e anche per crearmi una rete di contatti”.
È stato anche in Siria?
“Nel 2017 sono stato ad Aleppo, Homs, Damasco. Non a Palmira, che era ancora nelle mani dell’Isis, ma ci sono andato molto vicino”.
Perché ha scelto di trasferirsi a Beirut?
“Sia perché è una buona città in cui fare base se si è interessati al Medio Oriente, sia per una questione linguistica. Dopo tanti anni vissuti in posti in cui non capivo assolutamente nulla di quello che si dicevano le persone attorno a me, era arrivato il momento di imparare l’arabo. Non è facile, lo sto ancora studiando”.
 Qual è la foto più difficile che abbia mai scattato?
“Ero in Yemen, in un ospedale militare vicino a Hodeidah.È arrivato un padre con in braccio un bimbo di otto anni. Stava molto male, i medici hanno fatto quel che potevano, ma quel bimbo è morto davanti ai miei occhi”.
 E quella che non è riuscito a scattare?
“Sono tante le foto che non ho fatto perché avevo un fucile puntato addosso o perché non mi avevano autorizzato. A Hodeidah, dopo una settimana di trattative, siamo riusciti ad avere il lasciapassare dei ribelli ma ad alcune condizioni: potevamo fermarci in città solo tre giorni e avevamo il divieto assoluto di fotografare installazioni militari. In una città assediata ci sono sacchi di sabbia ovunque, uomini armati ovunque. Muoversi con delle limitazioni del genere è quindi una grande scommessa. Altre foto, invece, non le ho scattate benché fossi nelle condizioni di farlo perché non sarebbe servito a nulla”.
In che senso?
“Quando davanti al tuo obiettivo ci sono persone deboli, sofferenti, fragili, è necessario chiedersi se la tua foto serva a qualcosa. Non puoi farla solo per vendere più copie di un giornale”.
 Il Pulitzer al suo reportage che significato ha?
“Gli Stati Uniti sono tra i principali fornitori di armi all’Arabia Saudita. Gli americani devono decidere se vogliono o meno spezzare il legame tra Donald Trump e Mohammad bin Salman. Le mie foto documentano quello che sta accadendo in Yemen – carestia, denutrizione, carenza di medicine, rifugiati interni –  il Pulitzer attira l’attenzione su una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, che ha già fatto oltre 50mila vittime e milioni di sfollati, ribadisce l’importanza di una informazione corretta, è uno stimolo ai media perché continuino a coprire lo Yemen”.
 Adesso cosa farà?
“In questo momento sto tornando nella redazione del Washington Post., voglio assistere alla riunione in cui decidono la prima pagina. È affascinante vedere come nasce un giornale. Poi voglio tornare a Beirut, a casa mia, dalla mia fidanzata. E infine… Bè, voglio tornare in Yemen. Laggiù si continua a morire”.

fonte www.repubblica.it

link:
https://www.ilpost.it/2019/04/11/tutti-i-vincitori-del-world-press-photo/?fbclid=IwAR06Lx6Z89eLfUYNXl6uKqoAe-Ewcb6_2vs85pNZnPiC_tKEsAj_drw_P5M